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Cambiamento climatico e sviluppo sostenibile

Il cambiamento climatico insieme con altri gravi problemi globali – crescita demografica, urbanizzazione, insicurezza alimentare e scarsità d’acqua – rappresenta la più grave minaccia per la vita e per la biodiversità sulla Terra.
Nel 2017 gli effetti del cambio climatico sono stati evidenti e scioccanti: aumento delle temperature e del livello degli oceani, siccità prolungate, eventi atmosferici estremi con gravi ripercussioni economiche e sociali, dalla riduzione della produttività dei terreni agricoli all’immigrazione forzata.

Dopo l’Accordo di Kyoto del 1997 per la riduzione dei gas serra (i livelli di diossido di carbonio sono i più alti degli ultimi 800.000 anni), nel 2015 la comunità internazionale ha riconosciuto l’urgenza di prevenire il cambiamento climatico, adottando l’Accordo di Parigi, che ha l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura globale “ben al di sotto dei 2° C”.
Solo a fronte della più grave minaccia, molti paesi e anche molte imprese stanno riconoscendo nei fatti l’importanza e l’urgenza di adottare un modello di sviluppo sostenibile che abbatta il vecchio dogma secondo cui l’inquinamento sarebbe “il costo inevitabile del progresso”.
Il primo rapporto annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico evidenzia che investire nella sua prevenzione é l’unica opzione (“win-win”) per l’ambiente, per l’economia, per lo sviluppo sociale e per la prosperità del pianeta.
Il nuovo modello di sviluppo sostenibile, compatibile con l’ambiente, con la salute pubblica, con la sicurezza alimentare è infatti anche in grado di sviluppare nuove tecnologie e originare nuovi mercati “verdi” e nuova reale occupazione. Meccanismi globali di finanziamento della “green economy” sono in fase di introduzione, per orientare gli investimenti privati con particolare attenzione allo sviluppo dei paesi più poveri.
“Further, faster, together” (di più, più rapidamente e insieme) è il motto con cui la comunità internazionale – Paesi, imprese, organizzazioni internazionali, popoli – si sta avvicinando alle prossime tappe dell’implementazione concreta dell’Accordo di Parigi.
Per saperne di più: link .

BUONE NOTIZIE PER L’OZONO a 30 ANNI DALL’ACCORDO DI MONTREAL!

Nella giornata internazionale per la preservazione dello strato di ozono, a distanza di 30 anni si è fatto un primo bilancio dei risultati raggiunti dal Protocollo di Montreal nel 1987, che ha vietato l’uso di clorofluorocarburi (CFC), riconosciuti come la principale causa della formazione del “buco nell’ozono”.

Secondo le Nazioni Unite, grazie all’adozione del Protocollo, oggi il 99% di queste sostanze sono state eliminate e entro la metà del secolo sarà ristabilito lo strato di ozono che assorbe le radiazioni solari con grande beneficio per la vita sulla terra.
Il protocollo di Montreal ha anche contribuito a combattere il cambiamento climatico, limitando di 0,5 C° l’innalzamento delle temperature, con un risparmio stimato di 2.200 miliardi di dollari.
Il mondo ha dimostrato che è possibile unirsi e cooperare di fronte a un problema globale con una risoluzione globale efficace. Il protocollo di Montreal ha permesso di interrompere il circolo vizioso all’origine dei gravi danni che hanno provocato il buco nell’ozono e di porre le condizioni per la sua rigenerazione.
Un esempio virtuoso per il recente accordo di Parigi sul cambio climatico.

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8100 miliardi di tonnellate di CO2 o accordo di Parigi? Guarda il simulatore interattivo!

Alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima.
L’accordo definisce un piano d’azione globale, volto a evitare cambiamenti climatici pericolosi per l’ecologia del pianeta limitando il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C.
Secondo lo studio di Climate Interactive and the M.I.T. Sloan School of Management, dal 1870 le emissioni industriali di CO2 nell’atmosfera sono state pari a 2100 miliardi di tonnellate, di cui il 20% prodotte dagli Stati Uniti, il 17% dai paesi dell’UE, 20% da altri paesi “sviluppati” (di cui la Cina pesa il 13%) e il 43% da India e paesi in via di sviluppo.  Il tetto massimo di emissioni di gas serra per evitare un surriscaldamento oltre i 2°C° è stimato pari a 2900 miliardi di tonnellate e di fatto il mondo ha usato già il 73% di questo budget. Secondo le stime, solo eliminando progressivamente entro il 2100 l’emissione di gas serra sarà possibile rimanere entro il budget “vitale” di 2900 miliardi.  Se invece la produzione di gas serra continuasse in base agli attuali ritmi, si arriverebbe alla cifra catastrofica di 8100 miliardi di tonnellate di CO2!
L’attuazione dell’accordo di Parigi rappresenta un obiettivo imprescindibile. Quasi tutti i Paesi del mondo hanno sottoscritto l’accordo, ormai in molti paesi l’energia di origine solare e eolica è più economica di quella di origine fossile e molti Stati hanno adottato misure per eliminare l’uso del petrolio e del gas e per riforestare milioni di ettari. Tuttavia il ritiro degli USA dall’accordo di Parigi e la connessa perdita degli aiuti ai paesi in via di sviluppo, che oggi producono la maggior parte dei gas serra, mettono a grande rischio l’attuazione degli obiettivi di Parigi.
Clicca su questo link per guardare il simulatore con i diversi possibili scenari!

 

Oggi l’Accordo di Parigi entra in vigore!

Il 4 novembre 2016 verrà ricordato come il giorno in cui la nostra generazione ha deciso di mobilitarsi e di agire contro le cause del cambio climatico e per uno sviluppo sostenibile.
L’obiettivo fondamentale dell’Accordo internazionale di Parigi, che entra in vigore oggi dopo un complesso negoziato, è “mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C”, “sostenere le capacità dei Paesi di adattamento al cambio climatico e promuovere uno sviluppo che riduca i gas serra”.
Il cambio climatico è una “minaccia urgente” che richiede un “intervento efficace e crescente”; è importante che vi sia equità tra i Paesi nella divisione degli oneri per il nuovo modello di sviluppo e che si ponga l’accento sulla compatibilità con le esigenze della foodsecurity e della lotta contro la fame; le azioni contro il climatechange devono essere rispettose dei “diritti umani, dell’accesso alla salute, dei diritti delle popolazioni indigene, delle comunità locali, dei minori, dei migranti, dei disabili, delle popolazioni in particolare situazione di vulnerabilità”. I piani di azione devono basarsi sul “rispetto del principio di eguaglianza di genere, l’empowerment delle donne e l’equità intergenerazionale.”
I nuovi modelli di sviluppo devono infine fondarsi sul “riconoscimento dell’importanza dell’integrità di tutti gli ecosistemi, compresi gli oceani, e della protezione della biodiversità – che alcune culture chiamano Madre Terra – in accordo con il concetto di Climate Justice”.
Oggi festeggiamo una data storica per lo sviluppo sostenibile, per il futuro del pianeta e delle nuove generazioni. A tutti noi spetta di agire per contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Alisei Ong Onlus è impegnata da 30 anni per la difesa dell’ambiente, con progetti di protezione della biodiversità, di tutela delle riserve naturali, di difesa di specie in via di estinzione e di sviluppo sostenibile in diversi paesi del sud del mondo.

COFO23 – Popoli indigeni e difesa delle foreste

I popoli indigeni sono in prima linea nella lotta contro il cambiamento climatico. Secondo la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) i governi devono fare di più per fornire ai popoli indigeni gli strumenti necessari a proteggere le foreste e prevenire e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Infatti, un terzo delle foreste mondiali in qualche forma sono una risorsa utilizzata da famiglie, piccoli proprietari e comunità indigene. I piccoli agricoltori in particolare hanno un ruolo importante nel ridurre la deforestazione, garantire una gestione sostenibile delle attività agroforestali e provvedere alla riforestazione.
Secondo il Vice-Direttore Generale René Castro Salazar: “Se non aiutiamo i popoli indigeni a acquisire certezze sui diritti di proprietà della terra e una maggiore capacità di gestione, sarà molto difficile raggiungere soluzioni a lungo termine”.
Guarda il seguente link per scoprire come Alisei Ong é impegnata da 30 anni in progetti di difesa ambientale a tutela di parchi naturali e specie protette in Africa ed Europa.

LO STORICO ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

195 Paesi hanno raggiunto lo storico accordo di Parigi (Paris Agreement) volto a introdurre misure globali per la lotta contro il cambio climatico.
L’accordo può complessivamente considerarsi un successo per il grande numero di Paesi che l’hanno approvato, per la chiarezza degli obiettivi e l’importanza dei principi ispiratori che per la prima volta enfatizzano l’urgenza di fare fronte alla minaccia del cambio climatico e l’importanza dell’equità intergenerazionale. Si dovrà invece verificare negli anni futuri l’effettiva efficacia e l’applicabilità degli strumenti, data la complessità ed eterogeneità degli interessi nazionali in gioco che comunque hanno portato ad un testo di compromesso rispetto alle più elevate ambizioni iniziali.
In sintesi l’accordo si fonda sull’enunciazione di OBIETTIVI, PRINCIPI E STRUMENTI d’azione.
Gli OBIETTIVI
(art. 2) sono: “mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C”, “sostenere le capacità dei Paesi di adattamento al cambio climatico e promuovere uno sviluppo che riduca i gas serra”; “orientare gli investimenti finanziari verso un modello di sviluppo con basse emissioni di gas serra”.
I PRINCIPI
(preambolo): il cambio climatico è una “minaccia urgente” che richiede un “intervento efficace e crescente”; è importante che vi sia “equità” tra i Paesi nella divisione degli oneri per il nuovo modello di sviluppo e vi sono “responsabilità comuni ma differenziate in base ai diversi contesti nazionali”; vengono riconosciuti gli “specifici bisogni” e le “speciali circostanze dei Paesi in Via di Sviluppo” e si pone l’accento sulla compatibilità dei modelli di sviluppo con l’obiettivo fondamentale della foodsecurity‬ e della lotta contro la fame; le azioni contro il cambiamento climatico‬ devono essere rispettose dei “diritti umani, dell’accesso alla salute, dei diritti delle popolazioni indigene, delle comunità locali, dei minori, dei migranti, dei disabili, delle popolazioni in particolare situazione di vulnerabilità”. I piani di azione devono basarsi sul “rispetto del principio di eguaglianza di genere, l’empowerment delle donne e l’equità intergenerazionale.”
I nuovi modelli di sviluppo devono infine fondarsi sul “riconoscimento dell’importanza dell’integrità di tutti gli ecosistemi, compresi gli oceani, e della protezione della biodiversità – che alcune culture chiamano Madre Terra – in accordo con il concetto di Climate Justice”.
GLI STRUMENTI
Per raggiungere l’obiettivo del contenimento entro i 2° C dell’aumento della temperatura, viene definito un piano di cooperazione internazionale basato sula definizione e condivisione di piani nazionali quinquennali che verranno aggiornati ogni 5 anni sulla base dei progressi raggiunti. Ogni Paese sarà responsabile dei livelli di emissione definiti nell’Agreement. Verranno introdotti incentivi economici basati sui risultati per sostenere politiche di forestazione e di lotta alla degradazione dei suoli; verranno scambiate tra Paesi good practices, conoscenze scientifiche, politiche sugli EWS, sui piani di prevenzione dei rischi e dei disastri ambientali, con l’introduzione per la prima volta dei concetti (economici) di “danno” e di “perdita” (“loss and damage”) connessi agli effetti del cambio climatico e all’aumento dei gas serra.
I Paesi sviluppati dovranno sostenere le economie dei Paesi in via di Sviluppo con investimenti finanziari mirati allo sviluppo sostenibile e verrà promosso l’investimento di lungo termine in nuove tecnologie “verdi” e nel loro trasferimento tra Paesi.
Un Transparency Framework volto ad assicurare un costante e concreto scambio di informazioni (ad es. rapporti sui livelli di emissioni di gas serra di ogni Paese e sui progressi raggiunti di anno in anno) sarà coordinato dalla Piattaforma di coordinamento istituita dall’accordo per garantire la reciproca fiducia tra Paesi e un’efficace implementazione degli accordi.

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